#sandcastles

Stavo riflettendo
su quanto spesso
la musica accompagni la vita delle persone
e su come sia la compagna perfetta
che sussurra o urla
proprio quello che vorremmo sentire
cullandoci armoniosamente
tra le nostre tempeste emotive.
La stessa musica
lo stesso testo
assumono sembianze diverse
davanti ad ognuno di noi
come le infinite forme
che i bambini possono dare ad un castello di sabbia.
Ecco il mio castello di oggi,
vi lascio al vostro.
c.

#rabbia

Non sopporto di dover urlare per essere vista.
Questo mi fa rabbia.
Lo trovo ingiusto.
Da sempre presente la difficoltà a comunicare un bisogno mostrandomi vulnerabile.
Perchè mi sono convinta che se mi mostrassi vulnerabile nessuno mi ascolterebbe.
Ma se anche fosse, ho il diritto di farlo.
Devo concedere il diritto alla parte più vulnerabile di me di poter dire come si sente.
E poi mi sento dire che sono arrabbiata.
Certo che sono arrabbiata.
Sono davvero molto arrabbiata.
Perchè non sentirmi vista sul mio
bisogno mi fa arrabbiare.
Ma lo sono adesso.
Prima non lo ero.
Lo sono adesso dopo aver detto di cosa ho bisogno e come mi sento mostrandomi scoperta e senza armatura.
Ma se tu continui a colpire senza ascoltare io mi arrabbio, l’armatura la rimetto, e capisco che questa è l’unica parte di me che posso mostrarti per rimanere illesa.
Si che sono arrabbiata.
Hai ragione.
Sono davvero incazzata.
c.

#humaninside

Buffa combinazione
di personaggi scombinati
le emozioni.
Arrivano,
simili ad una banda musicale
di burattini di legno
con il tamburo tra le mani
generando
un suono energico ed assordante.
Si muovono ad intermittenza
con un ghigno
gioisamente inquietante sul volto.
Impossibile ignorarle.
E rotta l’attesa,
sei completamente esposta,
traboccante,
dirompente,
con tutte le tue affascinanti vulnerabilità.
E nascondi la paura del rischio dietro un soffio di spontaneità.
“Mi piace immaginarti durante le tue standing ovation”.

c.

#thedelaytime

È dell’attesa che non riesco a fare dimora.
La sensazione che tutto intorno a me sia incerto mentre la realtà è che vengo continuamente colpita da stimoli contraddittori.
Stimoli spontanei che mi fanno rabbrividire e passare da una piacevole fantasia onirica a porte consunte e cigolanti degne dell’inquietudine più grave. Estenuante la consapevolezza dell’abitudine con cui giocano le mie parti.
Sono insieme a me da quando non ne ho potuto fare a meno per sopravvivere, sono arrivate come imprudenti difensori della mia vulnerabilità e si sono legate alle mie debolezze invadendosi del timore di lasciarle indifese.
So che potrei farne a meno.
So che a volte, scoprendomi forte, ne ho fatto a meno.
Ma non sono incline a mostrarmi esposta e fragile se non riesco a tenere fermo il timone.
Se il vento sfugge al mio controllo e soffia incline ad un bisogno che io non riesco a definire.
Quindi chiedo aiuto alle loro braccia protettive e familiari che, sebbene solo per un attimo, mi riportano all’equilibrio innaturale di cui riconosco l’odore.
Lo so, è soltanto un reiterarsi di distanze e dolori, un ripetersi di abbracci ingannevoli e solitari.
Per accudirmi realmente dovrei rivelare loro l’esigenza del farsi da parte, del mettersi a lato, del lasciare fare a me.
Per accudirmi realmente dovrei attraversare la paura, la solitudine, la sensazione di inadeguatezza e sopravviverne.
Per accudirmi realmente.
Per potermi sentire in diritto di essere realmente accudita.
E poi sento il sapore salato di una lacrima di consapevolezza.

c.

#fakemirrors

I silenzi possono essere malfidi.
Avere esiti fatali.
Creatori di pensieri imprudenti,
E li eviti
Colmando di parole
Agitate e sconnesse
Quello spazio
Che potrebbe diventare
Florida superficie
Sulla quale scivolare
E rischiare di patire
Un presagibile dolore
Che ragionevolmente
Vuoi tenere a distanza
Per sentirti in salvo
Sulla tua isola.
E mi ostino
Ad arrampicarmi sugli specchi
Scivolando di continuo.

c.

#motionless

È un’inesplicapile complicanza
il lascia passare per la tristezza
giunta sotto braccio
al senso di solitudine.

Io e voi
siamo animali sociali.
Abbiamo bisogno degli altri.

Irrinunciabile, quasi doveroso
il desiderio di calore
di vicinanza
di attenzione
di accudimento.
Pena la vita.

In un vano tentativo di scampo
da quel vociare sprezzante
che minaccia di lasciare Pollicino
senza le sue briciole di pane
gioco d’anticipo.

E invece di accogliere
a braccia aperte
la bambina timorosa
abbracciarla,
rassicurarla,
tenerla per mano
La proteggo nascondendola.
Inizio a correre veloce
per prendere tutto
come se potesse sfuggirmi
da un momento all’altro.

Ma chi la vede davvero non fugge,
non scappa,
non fraintende.
Chi la ama davvero rimane,
insiste,
persevera.
Anche mentre lei rimane lì
ferma ad osservare.

Devo dare il tempo
all’altro
di capire se ha bisogno di me.

Se gioco d’anticipo
non lo sapró mai
se non quando mi risveglieró
felice o affranta.
c.